25 Novembre. E’ sempre il giorno giusto per parlare di violenza sulle donne. L’articolo di fondo a cura di Mariella Trapani
Continuano in tutta Italia le iniziative dedicate al 25 Novembre, “Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne”, volte a contrastare il fenomeno sempre più in crescita della violenza di genere. Contro l’ipocrisia e andando oltre i cerimoniali e i convenevoli di un solo giorno all’anno. Poiché di fronte all’aumentare di casi di femminicidio (come se nel caso di un crimine come l’omicidio contassero poi i numeri facendone una questione di statistiche), l’indignazione generale e quelli che sono diventati i simboli di una lotta, come le scarpe rosse, le panchine rosse, i fiocchi e le spillette rosse (rosso come il sangue versato dalle vittime-martiri), non bastano più. In contrapposizione, continua anche la scia di sangue lasciata dai femminicidi.
È bene ribadire quanto sia importante denunciare, o comunque parlare o confidarsi, non tenendo nulla troppo per sé, o di insabbiato e di non detto: mai come in questi casi di storie di abusi, di vessazioni e di soprusi, la solitudine e l’avere troppi segreti fanno male e non sono d’aiuto, spesso risultando cruciali.
Istituzioni pubbliche e associazioni dedicate sono chiamate a farsi carico della problematica, rispondendone in prima linea. Lo Stato ha il dovere morale e l’onere concreto di chiedersi come mai nonostante le denunce (spesso innumerevoli) si arrivi al punto di non ritorno del ritrovarsi uccise. È chiaro che più di qualcosa nel nostro sistema non funziona. Quando smetteremo di contarne le vittime? Nonostante i passi avanti compiuti in questi ultimi anni dalle leggi sui femminicidi, che avrebbero dovuto decisamente debellare il fenomeno, segnandone alcuni punti di svolta. Come l’introduzione – nel nostro Codice Penale – del Codice Rosso, il potenziamento delle misure riguardanti il braccialetto elettronico, il riconoscimento del femminicidio come reato “autonomo” e l’ergastolo per chi si macchia di questo crimine considerato “unico” legislativamente e giurisdizionalmente. E, in ultimo – è notizia di pochi giorni – l’approvazione alla Camera dei Deputati del Ddl che dichiara come stupro il rapporto sessuale senza consenso “pieno e libero”. Proposta di legge che al momento è stata bloccata in Senato e che non vedrà la luce prima del febbraio 2026. Su quanto poi sia davvero sicura, tutelante e legittima questa legge, è da valutare bene in ogni suo aspetto.
Due forme di violenza – ai danni della persona – più invasive, diffuse e dominanti sono: il “narcisismo maligno” e il “gaslighting“. A delinearci i tratti della figura del narcisista maligno ci pensa l’esperta Roberta Bruzzone, nota criminologa e psicologa forense, “tigre del crime show“. “Il narcisista maligno, e ci tengo a sottolineare maligno, non ha nessun limite dal punto di vista del genere che può assumere, quindi lo troviamo tanto calato al femminile quanto al maschile. Per riconoscere questo tipo di soggetti occorre avere ben chiari quelli che sono i loro tratti caratterizzanti: manipolazione, incessante bisogno di considerazione e ammirazione, e un dilagante sé grandioso che deve confermare e che deve continuare a nutrire attraverso dei riconoscimenti costanti che naturalmente ricerca all’esterno di sé. Anche l’invidia è una componente essenziale del loro schema di funzionamento. Considerano solo coloro che nutrono il loro ego e disprezzano in maniera feroce chiunque osi criticarli, chiunque osi mettere in evidenza i loro difetti, chiunque in qualche modo non riconosca il loro valore. Questo atteggiamento svalutante, sprezzante, verso chiunque altro, li fa sentire profondamente superiori. Un meccanismo che li nutre, li rigenera ogni volta in cui ritengono di aver dimostrato di essere migliori di qualcun altro. Una delle loro strategie più efficaci e subdole è quella di dipingersi come vittime, attribuendo sempre agli altri le cause principali delle loro difficoltà, chiaramente in tutti i problemi che loro sono costrette ad affrontare. Una sorta di mix oscuro tra Calimero e La piccola fiammiferaia. Ogni problema anche quello più banale diventa inevitabilmente una tragedia, causato ovviamente dall’inadeguatezza altrui o dalla cattiveria degli altri“, dichiara Bruzzone nel suo programma “Nella Mente di Narciso”.
Si tratta di gaslighting, invece, quando si riscontra un vittimismo di carattere aggressivo-passivo. Una manipolazione mentale, una forma di violenza comportamentale nella quale il gaslighter mette in atto una distorsione della comunicazione con l’obiettivo di porre la sua vittima/il proprio bersaglio in una condizione di dubitare di sé stessa (del suo agire e del suo modo di pensare) e della sua sanità mentale. Dunque, sia nel gaslighting che nel narcisismo maligno, ci si trova di fronte a due tipologie di manipolazioni psicologiche subdole e per l’appunto maligne, pertanto molto dannose per la persona che le subisce e per coloro che vi gravitano intorno. In quanto si crea una serie di meccanismi che alimentano un ambiente o un contesto malsano e nocivo. Per capirci – come la natura ci insegna – “Il frutto marcio se continua a stare in mezzo ai frutti buoni finirà per far marcire anche questi altri”: sottoponendoli a un lento e rovinoso logoramento. È quindi fondamentale cogliere i segnali per tempo, in ogni vicenda che si presenta. Chissà quanti riconoscono almeno uno dei codesti comportamenti in soggetti che conoscono e che, magari per questo, scelgono di disconoscere.
Di tutt’altro avviso è la madre di una delle innumerevoli vittime di femmicidio: lei è la mamma di Sara Campanella – la 22enne laureanda in medicina presso l’Università di Messina, uccisa lo scorso marzo dal suo collega universitario Stefano Argentino. La signora Zaccaria descrive l’omicidio della figlia come “atipico, in cui chi uccide non è marito, non è fidanzato, non è compagno, non è padre, non è figlio. Un delitto che riscrive una pagina nuova nella storia dei femminicidi”. “Dobbiamo capire tutti, adulti in primis, che le ragazze, le donne, sbagliano ad aspettare i segnali premonitori classici”, spiega mamma Maria Concetta in un suo messaggio-appello. C’è anche questo, purtroppo, tra il dover insegnare e il dover sapere accettare che “un no è no, punto”. Che i “no”, non solo servono e fanno bene, ma si devono accettare.
Come nello sport (che è l’attività più sana e nobile), bisogna saper vincere e bisogna saper perdere. Educhiamo i giovani alla sconfitta, alle cadute, ai fallimenti, come sprone per motivarsi a fare meglio – e non solo necessariamente a fare di più (degli altri). Una concezione, seppur banale della vita, distonica e anacronistica con i tempi che viviamo. Su questo fronte, utile sarebbe la reintroduzione della leva militare anche su base volontaria. Un po’ come lo era l’educazione affidata alle suore per le giovani delle sane generazioni passate. Un tema, quello del servizio militare, che sta facendo discutere i più e per il quale il possibile ritorno trova il benestare di ben oltre la metà degli italiani. Un ritorno al passato che per troppi significherebbe “tornare indietro” e “un ritorno alle vecchie abitudini”; “un regresso”. “La Sicilia del Gattopardo” ci insegna molto filosoficamente (e filologicamente) la teoria del “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: ebbene, nella fattispecie, cambiare, progredire, significa saper fare dei passi indietro per farne altri avanti, guardare al passato per scriverne al meglio presente e futuro. Il progresso non rinnega e non preclude il passato: vuol dire saperne cogliere il buon esempio e i sani modelli, diversamente si tratta di altro. Ma torniamo alla questione principale:
“Non una di meno” e “Non è normale che sia normale” sono i due slogan della lotta ai femminicidi e alla violenza di genere. Ecco, il popolo italiano (“gli italiani del buonsenso”) chiede a gran voce più poteri per le Forze dell’Ordine; ma anche l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale integrata all’educazione civica, in tutti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado e in tutti i luoghi di aggregazione sociale pubblica. Con anche il supporto assistito di genitori e famiglie. In un Paese che sta avendo, oggi come non mai, una deriva sociale e una povertà educativa. In Paesi delle pari opportunità e delle quote rosa che, non si capisce come, esistono ancora oggi contesti – sia familiari che lavorativi – in cui non v’è piena considerazione della donna: sebbene la questione del patriarcato sembrasse già largamente superata.
Ricordiamo che è importante parlarne e denunciare. Ma il problema (molto realisticamente) non si arresta qui: molto spesso chi vuole denunciare si ritrova chiaramente minacciato e per questo abbandonato a se stesso, senza tutele: questo è uno dei primi cortocircuiti del nostro sistema su cui bisogna lavorare. Possibilmente senza tener conto di estrazioni sociali, di bandiere politiche e di ideologie, in una società che si professa moderna, evoluta e civile come la nostra. Perché, così come accade nella violenza, non se ne può fare una questione di potenza e di potere economico anche nella giustizia. Meno difese, meno tutele e meno giustificazioni nei riguardi degli oppressori e dei carnefici: al contrario di quanto avviene per chi subisce. In un Paese, il nostro, che spesso pecca di eccesso di garantismo e di malagiustizia.
Continuiamo a parlarne, perché dove continuano le celebrazioni o cessano le propagande, continuano i femminicidi e i casi di violenza domestica, nel “silenzio” generale. Con una consapevolezza: anche i peggiori degli uomini – prima di essere mariti, compagni e padri – sono stati figli. E qui le donne, madri di costoro, devono fare mea culpa per come hanno cresciuto questi figli.
“Se non c’è RISPETTO non c’è nulla.” (M. Trapani)
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